“Unión Ibérica, il nuovo gigante europeo”

10 09 2009

Europa Quotidiano

Soprattutto ragioni economiche dietro l’idea di una federazione

Più che l’amor potrebbe il portafogli. Un recente sondaggio pubblicato dall’università di Salamanca ha dato risultati sorprendenti: circa il 40 per cento dei portoghesi vedrebbe favorevolmente una União Iberica (in spagnolo Unión Ibérica). Spagna e Portogallo dovrebbero unirsi in una federazione.
In realtà il progetto non è nuovo. Il Portogallo è indipendente dalla corona di Spagna dal 1143 e da allora, salvo un breve lasso di tempo fra 1580 e 1640, i due paesi sono sempre stati separati. Il movimento iberista, sorto nel secolo XIX, non ha avuto successo.
I portoghesi guardano agli spagnoli con un complesso d’inferiorità e con un certo risentimento. Gli spagnoli considerano i lusitani come cugini non troppo svegli.
La motivazione di questa unione sarebbe soprattutto economica. I salari in Portogallo sono più bassi che in Spagna e la mattina, soprattutto al nord del paese, un’infinita teoria di camioncini trasportano muratori lusitani in Galizia. Sono lavoratori in cerca di una paga migliore dei 500 euro mensili che potrebbero avere nel proprio paese. Sono simili ai loro colleghi che soprattutto nel sud Italia aspettano ancora oggi i caporali per andare a lavorare nei campi.
Il fatto impressiona se paragonato a quanto accade nel nostro paese dove, ad esempio, un partito come la Lega governa ed è anzi in ascesa con le sue istanze federaliste, e addirittura scissioniste fino a poco tempo fa.
Mentre al Sud crescono altre leghe.
È vero che da noi va avanti il progetto di una macroregione che includa Veneto, Friuli Venezia-Giulia, la Carinzia austriaca, la Slovenia e la Croazia, ma si parla sempre di un club ristretto.
Non di due paesi che, simili per tradizioni e cultura, decidono di unirsi in un’unica entità.
Qualche giorno fa alcuni scettici hanno recuperato un saggio di qualche anno fa scritto da due ricercatori italiani, Alberto Alesina ed Enrico Spolaore (The size of nations, Mit Press). In esso è spiegato come le dimensioni dei paesi siano determinate da due forze contrapposte: le economie di scala chiedono stati più grandi, mentre l’eterogeneità delle preferenze dei cittadini li vorrebbe più piccoli. Le aree in cui sarebbe un vantaggio avere uno stato più grande, sarebbero soprattutto difesa e mercato interno. Secondo i critici queste condizioni non si applicherebbero alla penisola iberica: Spagna e Portogallo non sono oggi di fronte a minacce di guerra e l’adesione all’Unione europea li rende entrambi parte di un mercato unico più grande della somma dei due mercati nazionali.
Nulla di più sbagliato. Basta vedere quanti sono i laureati in medicina spagnoli che preferiscono andare a lavorare in Portogallo e, viceversa, quanti lusitani si spostano ogni giorno in Spagna per tornare a sera alle loro case. Esiste già fra le due nazioni un intenso mercato “regionale” e l’Unione europea continua a essere vista come un qualcosa di lontano. Molte regioni di Spagna, soprattutto quelle di confine, sono tagliate fuori dai mercati internazionali e confidano in un sfogo anche geograficamente più prossimo. Ma non sono solo i piccoli ad aver fiducia in quello che è loro vicino. Persino grandi aziende come la Inditex, colosso dell’abbigliamento, proprietario fra l’altro di Zara, Bershka, Pull & Bear e Massimo Dutti, inizia a preferire la produzione dei propri capi in Portogallo anche per avere un maggiore controllo sulla qualità dei prodotti. Una qualità che sempre più spesso non sembra essere garantita in Cina.
Per il momento, si diceva, sono i portoghesi quelli più entusiasti. Il 39,9 per cento dei lusitani è d’accordo con l’idea di un paese unico. Fra gli spagnoli il 30,3 per cento è della stessa opinione. Numeri in aumento rispetto a un altro sondaggio che venne effettuato nel 2006, solo in Portogallo, dal quotidiano Sol. Allora fu il 28 per cento degli intervistati a dirsi favorevole all’Unione. E allora la crisi economica non si era ancora manifestata nelle forme che poi tutti noi abbiamo cominciato a conoscere.
Se gli spagnoli non sembrano interessati a una maggiore cooperazione politica, potrebbero essere motivati da ragioni di sicurezza. Esiste infatti – dal momento che a Lisbona i livelli di guardia non sono elevati come quelli di Madrid – il timore che il Portogallo possa tramutarsi in una zona franca dove potrebbero riorganizzarsi delle cellule dormienti di al Qaeda. Ai lusitani preme invece una migliore e congiunta gestione dei fiumi che attraversano entrambi i territori in una terra funestata dalla siccità e a rischio desertificazione in molte regioni.
Anche il mondo delle imprese, ovviamente, rientra nella discussione. Il 59 per cento dei portoghesi interpellati è favorevole a un sistema fiscale congiunto.
E la percentuale sale al 72 per cento quando si parla di soppressione di tutte le restrizioni concernenti la mobilità di persone e merci fra i due paesi. In Spagna le percentuali scendono, ma sono comunque molto alte: rispettivamente il 37,1 per cento e il 63,2 per cento. A Madrid, poi, sono anche entusiasti di eventuali candidature congiunte in occasione di grandi eventi sportivi e a questo proposito potrebbero essere un banco di prova i mondiali di calcio del 2018, di cui si dovrà scegliere la sede entro il 2010.
Se una realtà del genere nascesse, porterebbe alla formazione del più grande territorio europeo, maggiore di quello tedesco. E rappresenterebbe, con i suoi 57 milioni di abitanti, il quinto paese della Unione europea dietro a Germania, Regno Unito, Francia e Italia.
I due pil sommati porterebbero il nuovo soggetto a essere la quinta economia del vecchio continente, la stessa posizione attualmente occupata dalla Spagna, che però vive una gravissima fase di recessione a causa della drammatica contrazione del comparto delle costruzioni. L’Unione, dicono i sostenitori, potrebbe invertire questa tendenza.
È vero che l’ultimo sondaggio dell’università di Salamanca è stato effettuato su circa 900 persone, ma il tema torna ormai regolarmente sulla stampa e in televisione e sempre più politici sono ormai costretti a farci i conti. È anche vero che la cosiddetta Spagna plurale, la Spagna federalista di Zapatero, è sempre più una realtà, ma bisogna ammettere che molti spagnoli e portoghesi mostrano una certa lungimiranza. È impossibile pensare di poter confrontarsi con giganti economici come la Cina e l’India senza avere i mezzi necessari. Senza dimenticare che portoghese e spagnolo sono fra le lingue più parlate al mondo e un’Unione lusitano-spagnola potrebbe solo beneficiare di questo stato di cose.
Perché, parafrasando John Belushi: «Quando il gioco si fa duro, i duri se vogliono giocare, debbono cominciare a mettersi assieme».
Alberto de Filippis
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